17/12/2004:
Mariea Nascenti + PK 9 live @ Zoè , Milano, Italy
E’ tarda l’ora, presto si leveranno i densi fumi dell’alba,
per ricoprire di luce la nostra amata oscurità.
Torno ancora alle medesime note che furono di qualche tempo fa, quando tre
sfidanti delle soglie dell’umano udito, scolpivano granitici e complessi
sistemi acustici, quel rumore ch'è nostro materiale quotidiano.
Torno però prima al passeggiare che i fatti criminosi mi impongono,
la Drexmobile stazionava infatti, paziente come le è d’uso, nel
medesimo stato. Poco distante, sul limitar tra l’erba e il catrame,
giacevan lucenti fusilli completi di sugo.
Com’è possibil trovar, ben riposta sul manto di verde, una pasta
che sembrava preparata per l’occasione.
Sarà stato il ballo, i moti digestivi ma quell’apparir del fusillo
allontanava, seppur per poco, l’idea che il bagno degli acidi l’avrebbe
reso aspro e poco invitante.
E già la mente vagava, sostenuta dalle fantasie culinarie della tarda
ora,
e comparivan posate e tovagliolo per invitar al lauto e fortunoso pasto che
il Fato mi offriva.
Mi riprendo e ordino alla Drexmobile di dirigersi, col suo fare rabbioso ma
composto, verso i lidi d’oblio donato da Orfeo.
Mi tratterrò ancora un poco sui confini della veglia per narrarvi dell’evento
che fu di questa ultima notte.
Lieto il messaggio che fu di tal Mariae Nascenti, Drex compare magicamente
sulla Guest list, entrerà comodamente come destino comandò alle
Volontà del luogo. V’è logica nel pensare che i giornalisti
entrino gratis ai concerti.
PK9, di nuovo loro, coperti da passamontagna come fossero braccati dalle guardie
del terzo livello, in fila come in un video di terroristi irakeni che leggono
la sentenza prima di sferrare il loro attacco suicida. Non levarono nulla
delle increspature del loro suono, udito in quell’ultima occasione.
La muraglia delle immense frequenze colpisce un pubblico indeciso tra il ritrarsi
e l’immobilismo catartico, prigionieri di un attentato, incerti sull’esito.
PK9 prosegue nella sua missione di distruggere ogni atto volontario, rovescia
il carico marmoreo dell’intero spettro acustico e comincia col cesellare
abilmente per riportare alla luce quel lembo di melodia che fatica a veder
il proprio giorno, tra polverosi volumi e improvvisi rovesci di distorsione.
Il laptop pare il leggio di inquisitori che leggono sentenze totalizzanti,
estreme nel contenuto, pronte ad abbattere il tema quotidiano che ci travolge
nella sua immensa banalità: moda, morale, istruzione, nulla sfugge
ai dettami di chi estrae un arma sonica per dichiarare guerra ad un mondo
bevuto e digerito.
Nulla di nuovo per chi li vide,
un video sullo sfondo scorre, rischia di scomparire dietro una proposta che
si impone in verticale, velando quelle immagini compagne del loro viaggio.
“Perché non ballate?”
Nessuno balla, è necessaria concentrazione per un pubblico che si trova
condotto verso i pericolosi precipizi dinnanzi ad un equilibrio psichico provato.
Il suono si interrompe, timidi applausi liberatori congedano il terrore.
Mariae Nascenti s’impone, prende possesso della sua postazione, non
cambierà più posizione. Forse anch’esso si concede il
privilegio di uno stato di trance, il divenire un tutt’uno con lo sfondo,
Mariae Nascenti dipinge se stesso su quel fondale in bianco e nero che si
tramuterà presto in un teatro blasfemo.
Drex lo conosce al punto da aver visitato più volte il suo antro, contornato
da quelle immagini galasiane, dove ti percorre una corrente 93 lungo i meridiani
dell’animo (sono vinto dai suoni che accompagnano la recensione, con
un respiro pesante e ossessivo C.93 e Thomas Ligotti rompono la pace di questa
stanza, al traguardo delle 5, e la perforano di malsane basse frequenze).
Quei brani ormai classici per il loro seguito prorompono con insistente monotonia
per un pubblico poco avvezzo allo scavo nel proprio subconscio. Verrà
amato dai rari, sensibili ad una concezione dell’espressione sonora
che fa di oscuri suoni ambientali il proprio stemma di famiglia.
Sullo sfondo, ripeto, si compie un rito rallentato, immagini di monache devote
ad un piacere che per secoli fu nascosto. Non si lanci giudizio di condanna
da questo cubo che mi contiene mentre digito calmo e riflessivo, la lentezza
dei movimenti del resto regalava alle voraci suore un alone di serenità,
non allo spasmodico strofinare fummo spettatori ma un sereno accarezzare,
quasi casto nella sua leggerezza. Che contrasto.
(Mi rammenta pure quella storiella delle due quattordicenni. Escono nude e
festose dalla doccia saltellando ed una esclama….guarda, che bellina,
alla mia scimmietta stanno crescendo i peli….mentre l’altra, per
nulla stupita afferma…..la mia è più avanti, mangia già
le banane!) L’ora è tarda, concedetemelo.
Gli va dato atto che il semplice uso di una campana, rompe la glacialità
del rimanere impassibili di fronte ad un Mac, quell’ondeggiare del bronzo
e le battute metalliche sembrano chiamare a raccolta anime disperse, sorprese
da un evento poco atteso. S’inserisce un ritmo, un respiro di sollievo,
un ritorno a casa per chi è poco avvezzo a quei suoni che, senza battuta,
annullano il tempo, donando alla serata un sapore di dimensione vuota e incomprensibile.
Poteri dell’arte, complessità delle rappresentazioni moderne,
in perenne lotta con un quotidiano a cui risponde, orgogliosa, la Nostra assenza.
“Morituri, te salutant”. Tutto di nuovo tace, il resto è
cronaca.
Eh, si, si………..ora dormo.
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